domenica 3 luglio 2016

sabato 18 giugno 2016

Il Papa vicino ai preti in difficoltà

Due diverse comunità di sacerdoti. Due diverse forme di vicinanza. Ma lo stesso filo rosso che lega anche questo ulteriore «venerdì della misericordia» ai cinque che lo hanno preceduto.
Ieri il Papa ha voluto dedicare ai sacerdoti il gesto giubilare che compie ogni mese. Prima si è recato nella comunità 'Monte Tabor', dove si trovano otto presbiteri provenienti da diocesi differenti, sofferenti per diverse forme di disagio (legate soprattutto a crisi vocazionali). Poi ha visitato la comunità dei sacerdoti anziani della diocesi di Roma, che si chiama ufficialmente 'Casa San Gaetano', ma è più nota come 'I cento preti continua a leggere 'http://www.avvenire.it/Chiesa/Pagine/Il-Pontefice-vicino-ai-preti-in-difficolt-Due-visite-per-i-venerd-di-miser.aspx

domenica 15 maggio 2016

Lettere al Direttore dell'Avvenire sul DDL unioni civili


Caro direttore, 
«Ho giurato sulla Carta, non sul Vangelo». Con tutto rispetto, la Carta è perfettibile perché scritta da uomini, il Vangelo ti perfeziona perché Parola di Dio. Se questo Renzi non lo capisce... Preferisco guardare all’esempio di re Baldovino del Belgio: si autosospese pur di non firmare la legge sull’aborto. Che tristezza, come dice papa Francesco, i «cristiani fai-da-te». Buon lavoro. Don Andrea Vena Bibione (Ve) 



Caro direttore, 
la misura à colma! Addirittura la fiducia anche alla Camera sulle unioni civili. Un provvedimento, questo, che interpella non la testimonianza politica, ma la coscienza personale. Ho finora aderito alle idee moderate e moralmente buone del partito – pure di governo – Area Popolare. Laddove Ap non prenda doverosamente le distanze dalle posizioni maggioritarie nel Partito Democratico, è mio intendimento prendere a mia volta decisa distanza dal “mio” partito, almeno fino a quando non dimostrerà autonomi comportamenti rispetto all’alleato.
Giuliano Vaccari, Rovereto (Tn)



Caro direttore, 
il voto sulla legge per le unioni civili ci ha lasciati perplessi per molti motivi. Per ora mi soffermo solo sulla modalità e cioè sul voto “disgiunto”: fiducia e scrutinio palese. In realtà palesi entrambi, ma con diverso peso e finalità. Già le interviste raccolte da “Avvenire” a parlamentari cattolici di partiti della maggioranza ne hanno spiegato la portata. Non votare la fiducia sarebbe equivalso a togliere il consenso al governo con quello che ne segue in termini di stabilità e di continuità nel processo delle riforme. Il secondo voto, invece, è sostegno a una legge che è difficile da accettare nella formulazione finale. Le leggi sono meglio rispettate quando non sono ambigue. Ormai la frittata è fatta. Vorrei solo umilmente ricordare che il referendum sull’aborto vide una percentuale di voti popolari a favore ben superiore (più del 67%) dei voti contrari in Parlamento. Il messaggio è lo stesso: i cattolici sono “irrilevanti” in Parlamento perché nella società non sono vivi e condivisi i valori, di cui sono portatori, fondati su quell’umanesimo di cui c’è tanto bisogno per una convivenza davvero degna. Perciò, direttore, è importante e faticosa la sfida che ci attende. Non ci sarà una nuova generazione di politici cattolici formati, se prima non sarà recuperata la loro formazione sociale. Non si ricattano Governo e Parlamento «ci ricorderemo a ottobre», piuttosto si prepara una generazione che si “sporchi le mani” con la politica. Si incomincia dal basso, anche nelle amministrazioni municipali. Con stima e affetto per tutti i politici che accettano la fatica di questa forma di carità, oggi spesso incompresa.
Mariapia Garavaglia 

domenica 8 maggio 2016

L’otto per mille e le «spese di culto»: il rischio di mettere i poveri contro Dio

Riflessioni del Direttore del giornale cattolico AVVENIRE in risposta ad un lettore
Caro direttore,
in questi giorni di dichiarazioni dei redditi e di pubblicità per avere l’otto per mille e il cinque per mille, mi hanno colpito gli spot che vengono mandanti in onda. Mi hanno colpito quelli della Chiesa Cattolica, e, soprattutto, quello della Chiesa Valdese. Risulta evidente il tentativo di coinvolgere e dare emozioni allo spettatore contribuente mostrando immagini di povertà e deprivazione della persona, verso la quale sarebbero convogliati i proventi della scelta di destinazione. Scelta giusta e, da parte mia, condivisibile. Però, le istituzioni religiose da sempre si sono occupate anche del culto a Dio, oltre che del soccorso all’uomo che soffre. Personalmente provo un certo disagio nel constatare che ormai l’unica modalità pubblica e politicamente corretta di essere cristiani sia devolvere una parte del proprio denaro e tempo al pronto soccorso delle persone indigenti, quasi fosse una vergogna impegnarsi a tutti i livelli nelle liturgie e nelle devozioni tradizionali popolari. Il vertice, a mio parere, è raggiunto dallo spot della Chiesa Valdese, che specifica inequivocabilmente che «Non un solo euro sarà usato per il culto». Cordiali saluti.
Renato Ceres, Reggio Emilia
Per la verità, caro signor Ceres, sono tra quanti apprezzano gli spot che in pochi attimi consegnano il senso della vasta e articolata opera di bene che grazie all’otto per mille (e, su un piano diverso e con diverse modalità, grazie al cinque per mille) di tutti noi contribuenti viene realizzata in Italia e nel mondo. E sono orgoglioso - lo so che non ce lo diciamo spesso… - di essere cittadino di un Paese che si è dato e ci ha dato questi strumenti per indirizzare risorse al servizio di un «bene comune» che non è solo materiale e che, comunque, non coincide con l’azione esclusiva dello Stato. Detto questo, con il massimo rispetto per scelte e sensibilità altrui, ammetto di fare fatica anche io, proprio come lei, a capire la "garanzia" contenuta nella frase «Non un solo euro sarà usato per il culto». Come se le «spese per il culto» fossero un lusso, un impiego insensato e antireligioso di fondi che lo Stato saggiamente destina alle Chiese e alle confessioni religiose che "abitano" il nostro Paese e concordano sui valori fondanti - e infatti scolpiti nella Costituzione - della convivenza civile. Ma c’è anche un risvolto per così dire pratico delle «spese di culto» che è stato efficacemente sottolineato, pochi giorni fa, dal vescovo Nunzio Galantino. «Vorrei ricordare - ha detto il segretario generale della Cei in un’intervista a Radio Vaticana - che nelle "spese di culto" vanno contemplati i tanti cantieri di edilizia di culto, e di restauro dei beni culturali. Sa quanti sono i cantieri aperti oggi? 920! Migliaia di persone mantengono la loro famiglia, lavorando in questi 920 cantieri. Vengono conservati, custoditi e resi fruibili veri e propri tesori di arte e di cultura altrimenti destinati ad andare in malora. Vengono, poi, costruiti luoghi di aggregazione. Se si spiegasse bene che "spese di culto" sono anche queste, forse la gente capirebbe meglio quanto pretestuose siano certe prese di posizione di chi identifica il culto con l’incenso e le candele...». Anche per questo quella frase – «Non un solo euro sarà usato per il culto» – non mi suona proprio. Tra l’altro, anche se non penso che fosse questa l’intenzione di chi ha costruito l’espressione, essa finisce per mettere in competizione l’amore per Dio con l’amore per i fratelli e soprattutto per i poveri, mentre per tanti credenti, e in particolar modo per i cristiani, quei due amori sono uno stesso amore. In ogni caso "culto" non è una parolaccia, non evoca atti disdicevoli. Culto, direi, è il gesto di amore, di devozione e di fedeltà che il credente offre a Dio. Da un punto di vista cristiano è la Memoria che aiuta a sperimentare la contemporaneità con Gesù e che insegna riconoscerlo nel volto di ogni uomo e di ogni donna e, appunto, a servirlo nei poveri, nei piccoli, nei deboli. «La Chiesa non è una Ong», ci ha avvertito spesso papa Francesco, che pure ci invita incessantemente a dare concretezza e solare continuità alla scelta preferenziale per i poveri, «carne di Cristo». E anch’io, che come tanti altri sono stato educato a considerare ogni gesto di carità una preghiera vissuta e non solo detta, continuo a intendere questo insegnamento del Papa come un appello a non "disanimare" l’impegno con gli altri e per gli altri, schiacciandolo su una terra senza più cielo e riducendolo a pura meccanica del soccorso e della restituzione sociale. Compiere atti di giustizia e di bontà è però indubbiamente un modo per «rendere culto a Dio», sul piano della testimonianza pubblica è forse "il" modo. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, e dimostrato, quanto sia vero che alla Chiesa intera e a ognuno di noi che si dice credente «gli uomini del nostro tempo chiedono non solo di parlare di Cristo, ma di farlo loro vedere

domenica 3 aprile 2016

CROCE ROSSA ITALIANA Sabato 9 Aprile 2016 alle ore 16


Ogni diocesi realizzi un'opera di misericordia

Ogni diocesi realizzi un'opera di misericodia. È questa l'esortazione di Papa Francesco al termine della Veglia in piazza San Pietro per la festa della Divina Misericordia. 



sabato 6 febbraio 2016

Dal Quotidiano di Bari del 30 Gennaio 2016

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